Convegno:
"La tecnologia per favorire l'integrazione scolastica:
la formazione dei docenti."

 

Andrea Canevaro - Coordinatore

Mi è dispiaciuto aver fatto un segnale. Ho dovuto farlo. Purtroppo quando si hanno sei interventi così ricchi, il rischio è proprio quello che chi arriva (d’altra parte bisogna metterli in ordine) in fondo sia un po’ sacrificato. Me ne rendo conto e me ne scuso. Credo che l’interesse maggiore, da parte mia io l’ho sentito così, è nell’accento posto sulla necessità di non subire, sulla necessità di riflettere. Penso a tanti insegnanti, donne e uomini, che hanno delle reticenze o dei pregiudizi nei confronti delle tecnologie. In questo intervento in particolare, ma non in maniera difforme dai precedenti, si capisce l’importanza di una scelta e di una produzione di informazione, della rielaborazione di informazione, del non subire l’informazione. Se noi avessimo anche la capacità di rileggere questo intervento in funzione di un’educazione alla responsabilità nei confronti della grande comunicazione, comprendendo la televisione, non avremo bisogno sempre di fare delle aggiunte di contenuti, per cui oltre a, per esempio, la comunicazione e il linguaggio dovremmo fare delle ore che non ci sono, che poi vengono poste in orari marginali, su, per esempio, la dipendenza dalla televisione, la dipendenza dall’informazione subita, e quindi la capacità di riflettere, di rielaborarla. Si tratta quindi di una punteggiatura che vien fuori solo dalla riflessione. Penso che questo intervento sia stato molto utile, anche a partire dalla riflessione sui testi. E’ l’esperienza, contemporaneamente la riflessione sulla ricerca, su chi ha fatto ricerca. Una buona possibilità per sentire, per chiedere all’ultimo intervento previsto, di Guglielmo Trentin, di affrontare il tema della consapevolezza.

Mi pare che ci sia una buona continuità, un buon intreccio fra tutti. Soprattutto questo aspetto: trasformare degli elementi che sembrano più di carattere organizzativo, amministrativo, in una consapevolezza, parola che può essere declinata, in "coscentizzazione" tanto cara a Paulo Freire. E’ un’educazione alla scelta, e quindi anche un’educazione alla consapevolezza.

Guglielmo Trentin ha la parola.


Guglielmo Trentin - Istituto Tecnologie Didattiche CNR

"Le tecnologie della comunicazione per la formazione a distanza: da una strada obbligata a una scelta consapevole"


Buon pomeriggio a tutti. Ormai sarete già stanchissimi per cui vi dovrò chiedere un ulteriore sforzo per mantenere l’attenzione su quello che è il tema che mi è stato assegnato, e cioè le metodologie e gli strumenti della comunicazione via rete a supporto di attività di formazione e aggiornamento in servizio.

Si è già accennato in alcuni interventi precedenti all’esigenza di un aggiornamento continuo, soprattutto in funzione dell’incalzare dell’innovazione a tutti i livelli e in tutti i settori.

Quando si parla d’uso di tecnologie a supporto delle attività didattiche, all’innovazione tecnologica viene sempre associata l’innovazione metodologica: il modo, lo studio, la ricerca che ha l’obiettivo di rendere più efficace l’intervento didattico basato sull’uso di strumenti tecnologici.

E’ stato detto che il problema sta anche nei numeri (faccio riferimento ad uno degli interventi iniziali); abbinando quindi il problema dei numeri alla velocità con cui ognuno di noi deve mantenere aggiornate le proprie conoscenze, ecco che gli interventi formativi di tipo tradizionale tendono a non essere più sufficienti. Non che siano inefficienti.

Non riescono ad essere sufficienti, perché se da un lato l’innovazione prosegue nel suo cammino, dall’altro dovrebbero essere resi più frequenti gli interventi di informazione e aggiornamento in presenza e questo, come tutti sapete, è un grossissimo problema in termini sia economici che di disponibilità delle persone. Cerchiamo allora di spostare il fuoco, cerchiamo cioè di vedere se la tecnologia in qualche modo può aiutarci ad esempio a creare delle situazioni in cui la formazione, a distanza o parzialmente a distanza, possa consentire a ogni singolo individuo di far fronte al proprio aggiornamento, alla propria, se volete, autoformazione.

Ma prima di entrare nel merito di questo delicato aspetto, vorrei fare riferimento a che tipo di attività noi possiamo pensare di svolgere con l’ausilio dei servizi di rete.

La prima attività che possiamo immaginare è l’accesso alle conoscenze disponibili sulla rete. Navigando in rete è cioè possibile individuare informazioni e conoscenze che qualcuno ha depositato sui vari nodi e che possono essere d’interesse per uno specifico settore disciplinare o lavorativo.

Dal punto di vista educativo tuttavia non possiamo ancora parlare di uso didattico della rete in quanto al più, come dicono gli inglesi, si può sperare in un incidental learning. Cioè, l’informazione sulla rete non è sufficiente per garantire le condizioni di una crescita conoscitiva da parte delle persone. Se si impara qualcosa lo si fa in maniera accidentale, in maniera casuale.

Il secondo livello riguarda invece la condivisione di conoscenze; la situazione tipica è rappresentata da un gruppo di persone che vogliono condividere esperienze, materiali, informazioni, etc.

Il terzo livello, quello che interessa maggiormente il tema che vorrei affrontare, riguarda l’acquisizione di nuove conoscenze. Ma per l’acquisizione di nuove conoscenze evidentemente c’è bisogno di metodologie particolari, di metodologie che si basino sull’uso della comunicazione telematica. E quando si intende usare la comunicazione telematica, ecco che si devono adottare le più opportune strategie e metodologie di interazione; indubbiamente le dinamiche di interazione fra le persone cambiano, per cui è necessario individuare dei modelli adeguati.

Nello specifico della formazione e aggiornamento dell’adulto, la telematica ci offre una discreta gamma di alternative.

Un primo livello, minimale, consiste nel far seguire ad un intervento in presenza (un corso di aggiornamento residenziale) un’azione di assistenza a distanza, durante la fase di trasferimento nel proprio contesto professionale, delle cose (conoscenze, metodi, etc) apprese a fronte dell’intervento formativo. L’esempio tipico è quello di un insegnante che dopo aver partecipato ad un intervento di formazione, e dopo essere rientrato nella propria sede di lavoro, cerca di trasferire sul proprio contesto, nella propria classe, le cose che ha acquisito. In questa fase ci possono essere dei seri ostacoli e l’uso degli strumenti di comunicazione può in qualche modo favorire un’azione di supporto a distanza, mantenendo ad esempio in contatto sia i formatori con le persone che sono state formate in presenza sia le stesse persone che hanno condiviso l’azione formativa residenziale.

Un secondo livello è invece un livello misto che stiamo sperimentando fra l’altro proprio in questo periodo in collaborazione con il Centro Servizi del Comune di Pistoia. Qui l’idea è quella di alternare l’intervento in presenza ad un’attività che viene svolta in assenza, a distanza. Quindi è un ciclo che prevede un intervento frontale, lo studio individuale, il mantenimento del contatto fra i partecipanti i propri tutor e i propri docenti, fra un intervento in presenza e l’altro.

Il terzo livello, sicuramente il più’ ambizioso e che stiamo affrontando nel progetto Polaris in collaborazione con la Direzione Generale per l’Istruzione Tecnica dell’MPI (se avrò tempo dirò poi due parole su questa sperimentazione), arriviamo alla totale conduzione a distanza dell’intervento formativo. Di solito ci si basa su un incontro iniziale di un giorno, dopo di che tutto il resto, il 98% dell’attività di formazione, viene svolta in rete.

Per adottare questo tipo di metodologia ci si rifà alla cosiddetta formazione a distanza di terza generazione. Per capire la differenza che sussiste fra i sistemi di terza generazione e quelli delle generazioni precedenti, diciamo che nella formazione a distanza fino alla seconda generazione ci si basa su un modello in cui gli esperti e i tutor progettano il corso, i tutor lo gestiscono a distanza proponendo i materiali ai propri corsisti i quali svolgono attività principalmente di studio individuale. I materiali possono essere multimediali, videoregistrazioni, software, materiale cartaceo, quello che in qualche modo può essere prodotto e sviluppato per supportare l’attività di apprendimento individualizzato.

In questo modello esiste una comunicazione di tipo stellare fra tutor e le persone che partecipano all’attività, i tutor cioè interagiscono in modalità uno-a-uno con i corsisti ma questi ultimi non interagiscono fra loro. Di solito questa comunicazione, soprattutto recentemente, si appoggia sull’uso di posta elettronica, fax e telefono. E’ quindi una logica, se si vuole, di cordone ombelicale fra il tutor e ciascuno dei partecipanti.

I sistemi di formazione a distanza di terza generazione scardinano questo modello.

L’apprendimento cioè non è visto soltanto come un processo individuale, ma torna ad essere un processo sociale. In sostanza, attraverso sistemi di comunicazione a distanza, noti con il termine di computer conferencing system, sistemi cioè che supportano la comunicazione molti-a-molti attraverso la messaggistica elettronica, si gioca sulla partecipazione di tutto il gruppo alle attività che vengono proposte sia dagli esperti sia dai tutor. Si cerca cioè di far leva su quelle che sono le conoscenze, le esperienze pregresse dei diversi partecipanti. E’ chiaro che questa è un’attività di formazione a distanza che funziona bene in presenza dell’adulto, dove ciascuno porta, nell’ambito dell’attività di formazione la propria esperienza, le proprie conoscenze.

Con i sistemi di computer conferencing inoltre è possibile impostare le attività dei corsisti in gruppi e sottogruppi di lavoro; è questa una strategia che si adotta molto spesso non solo per la sua efficacia ma anche per favorire le attività di gruppi di lavoro/studio non troppo affollati. Questi vengono ospitati in classi virtuali (aree specifiche all’interno del sistema per computer conferencing) e a loro viene assegnato un compito specifico, per esempio discutere un determinato argomento o sintetizzare una serie di letture; il prodotto della discussione o del lavoro viene poi reso pubblico al resto del gruppo e sulla base di tali materiali si procede nel confronto sulle tematiche del corso.

Nell’attivare queste forme di lavoro di gruppo spesso si ricorre alle strategie tipiche dell’apprendimento collaborativo come ad esempio il reciprocal teaching, i metodi che si rifanno al metodo Jegsaw, etc. Per chi non le conoscesse, molto brevemente possiamo dire che si tratta di metodologie usate in presenza, che si sono si sono dimostrate molto valide anche in attività a distanza.

Una variante a questo tipo di modello, dove dall’altra parte del filo si ha un singolo partecipante, è l’organizzazione dei corsisti in gruppi locali ("gruppi di apprendimento"), andando così a realizzare in rete dei veri e propri "gruppi-di-gruppi".

Facciamo un esempio che si riferisce a una situazione esplorata da Polaris: ci sono in questo momento in corso di formazione 50 docenti dostribuiti sul territorio nazionale, suddivisi in dieci Istituti dell’indirizzo Tecnico; ogni scuola ha cinque docenti, tutti appartenenti allo stesso consiglio di classe. Questa è la tipica situazione in cui l’attività di apprendimento in rete è divisa in due fasi: una fase di apprendimento collaborativo locale e una fase di apprendimento collaborativo all’interno del gruppo di gruppi.

Ora, evidentemente, per poter attivare queste metodiche ci vogliono delle condizioni al contorno ben precise: intanto la disponibilità di strumenti - si parla di computer conferencing, per cui bisogna avere un collegamento in rete e saper utilizzare minimamente gli strumenti che consentono di scambiare messaggi elettronici - e poi bisogna avere una certa disponibilità nei confronti del tipo di metodo che viene proposto, e che non è certo un metodo di tipo tradizionale.

L’altro aspetto è l’alfabetizzazione. Evidentemente se si deve utilizzare un certo tipo di strumentazione è necessario conoscerla, almeno nelle sue funzionalità elementari.

Gli altri elementi da tenere poi in considerazione sono i tempi e le modalità di partecipazione concessi al formando. Nella logica della formazione in rete i tempi di interzione con resto del gruppo sono abbastanza serrati. Bisogna cioè prevedere collegamenti quasi giornalieri con l’ambiente di computer conferencing perché qui si trovano sempre nuovi stimoli e nuovi interventi da parte degli altri partecipanti.

E infine, ma non ultime per importanza, le competenze metodologiche gestionali da parte dell’erogatore del corso. Sono infatti necessarie competenze che vanno dal tecnologico al metodologico, ma soprattutto bisogna avere competenze nel saper progettare e condurre l’intervento basato esclusivamente sulla comunicazione per via scritta. Se qualcuno di voi ha avuto esperienze di partecipazione a conversazioni, a gruppi di interesse in posta elettronica, o attraverso sistemi di computer conferencing, sa bene che non è così banale riuscire a gestire discussioni e attività usando la sola comunicazione per vi ascritta.

Ed è proprio per questo motivo che è stato proposto il progetto Polaris, che come avevo indicato in precedenza, è una collaborazione fra il Ministero della Pubblica Istruzione, in particolare la Divisione 2 della Direzione Tecnica e il nostro istituto (Istituto per le Tecnologie Didattiche del CNR di Genova).Il progetto si sviluppa nell’arco di due anni e mira a sperimentare un particolare modello di formazione e assistenza in rete. Il concetto chiave è che i tutor e gli esperti che gestiscono l’attività formativa di un gruppo di docenti, in seguito li assistono durante la loro prima esperienza di trasferimento delle conoscenze nelle attività in classe. Per esempio in questo periodo stiamo gestendo un corso di formazione a distanza sull’uso della telematica nella didattica; i tutor e gli esperti che ora stanno conducendo l’azione formativa nei confronti di cinquanta docenti, saranno in seguito a loro disposizione nella fase, che comincerà con il prossimo anno scolastico, in cui queste persone cercheranno di trasferire le conoscenze in un’attività didattica in classe.

Per fare questo, ripeto, è necessario avere delle specifiche competenze metodologiche dal punto di vista della progettazione e della conduzione di interventi in rete.

In tal senso il progetto è stato previsto su due momenti il primo dei quali ha riguardato la formazione della figura del tutor in rete. In particolare si sono formati dieci insegnanti, con precedenti esperienze di formazione in presenza, alle metodiche della progettazione e conduzione di interventi in rete. Queste dieci persone sono state a loro volta formate in rete, usando quindi il metodo della formazione in rete sia come contenuto dell’intervento formativo sia come metodologia didattica di conduzione del corso.

Quattro di loro, proprio in questo periodo, sono impegnati nella conduzione dell’uintervento in rete rivolto a 50 docenti a cui ho accennato in precedenza.

Concludo con una breve riflessione su che cosa è emerso da queste esperienze iniziali sull’uso della telematica nella formazione a distanza.

Polaris è il primo progetto che mira organicamente a sviluppare un modello di formazione in servizio dei docenti basato sulle tecnologie della comunicazione via rete. Da questa esperienza sono emerse cose estremamente interessanti e che si agganciamo perfettamente al sottotitolo del mio intervento, cioè "Da una strada obbligata ad una scelta consapevole". E’ emerso in sostanza, che utilizzando questi strumenti nella fase di formazione, i docenti hanno preso familiarità con la rete. Diciamo che mediamente il 75% delle persone che hanno partecipato a questi corsi non aveva avuto in precedenza esperienze dirette di uso di reti, o per lo meno di uso un po’ metodico delle risorse di rete. Bene, familiarizzandosi durante la fase formativa con questa specifica tecnologia, ciò che è successo è che terminato il corso a distanza, i docenti coinvolti hanno continuato a utilizzare questi strumenti come risorsa personale di uso corrente per cercare informazioni, individuare la persona che magari può dare loro una mano nella risoluzione di un dato problema, etc.

Quindi, in un certo senso, l’aver partecipato al corso in rete li ha resi consapevoli che la rete è anche un grosso strumento che può essere utilizzato per far fronte alle esigenze informative e di aggiornamento permanente.

Evidentemente non è una cosa generalizzabile, però questa pare essere una delle possibili ricadute indotte.

Per concludere, i tipi di interventi di formazione cui ho accennato, sono interventi di formazione che non vengono proposti su larga scala, perché sono un po’ a cavallo fra la formazione in presenza, in cui c’è molto dialogo, e la formazione a distanza di tipo tradizionale. Proporre quindi questo tipo di formazione su larga scala, significherebbe avere delle classi troppo numerose e troppo rumorose. E un limite di questo approccio è proprio il numero, limite tuttavia che può essere rimosso organizzando corsi paralleli. Di contro, il vantaggio che deriva è un’elevata qualità dell’intervento formativo, decisamente superiore rispetto alla maggior parte degli interventi a distanza e in molti casi anche in presenza.

Con questo ho concluso e vi ringrazio per l’attenzione.

 

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