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HANDImatica 2008

Tecnologie informatiche e telematiche
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HANDImatica 2008

 

Comunicati Stampa
- Comunicato N. 03
(04 novembre)

 

COMUNICATO STAMPA N. 03 (04 novembre 2008)

 

TECNOLOGIE E PERSONE DISABILI, IL VALORE DELLE ESPERIENZE

INTERVISTA AD ANDREA CANEVARO
"LE BUONE PRATICHE SONO LE COSE BUONE CHE DURANO E NON QUELLE ECCEZIONALI"

Le esperienze sono al centro della prima giornata di HANDImatica. Ecco le considerazioni del professor Canevaro, ordinario di Pedagogia speciale presso l'Università degli Studi di Bologna e collaboratore della Fondazione Asphi nella supervisione scientifica della manifestazione.

Professor Canevaro, esperienze, tecnologie e partecipazione sono i temi delle tre giornate di HANDImatica. Ma perché è importante dare spazio alle testimonianze?
Le testimonianze sono indispensabili per misurare la credibilità delle proposte. E' vero che ogni due anni c'è HANDImatica e perciò questa parola composita a molti salta all'occhio con tale cadenza biennale. Ma HANDImatica vive tutti i giorni dell'anno e degli anni, vive nelle esperienze quotidiane dei disabili, come posso testimoniare io che, da qualche tempo, ho la responsabilità del Servizio disabili dell'Ateneo di Bologna, che segue 800 persone circa.

Come dalle semplici esperienze si può passare alle buone prassi? Quali caratteristiche devono assumere le esperienze, per essere considerate tali?
Della questione delle buone prassi parlo sovente, ritenendola un'espressione importante. Ma è capita male, come se si parlasse dei migliori esempi, quelli eccezionali, delle cose più belle che abbiamo da offrire, mentre dovremmo intenderla come una buona organizzazione stabile. Per intenderci con un'immagine: è chiaro che la Ferrari è una macchina molto più veloce di quella che uso abitualmente - una Renault Clio -, però nel traffico, nei consumi, nel posteggio, le buone pratiche suggeriscono di prendere la Clio, anche se la Ferrari vince il campionato del mondo. Non abbiamo quindi, con le buone pratiche, l'indicazione del migliore. L'equivoco deriva dalla dipendenza anglofona, perché traducendolo con "best pratics" si dice "il meglio".

E invece?
Buone pratiche deriva dal francofono "bonnes pratiques": indica qualcosa di stabile, altrimenti si direbbe "meilleures". No, "les bonnes pratiques" sono le cose buone che durano, che sono fatte bene sempre. Uno che va dal fornaio e prende il pane tutti i giorni, non vuole il pane eccezionale per una volta, ma il pane di una buona qualità tutti i giorni. E' questo quello che desideriamo: le buone pratiche, che richiamano il tema dell'alfabetizzazione istituzionale. A questo proposito, c'è il problema di una dominanza di criteri troppo personali, per cui spesso ci si rivolge a una persona non tanto per il suo ruolo all'interno di una struttura organizzativa, ma per il fatto che è disponibile, sorridente, capace di ascoltare e di dare delle risposte. E' suo compito? A volte no, perché spetterebbe a un'altra persona doverlo fare, una persona che però è assente o sembra che non ascolti. Questo è un problema, perché non mette in moto l'alfabetizzazione istituzionale, che vuol dire rendere più chiari i compiti, i ruoli e il rapporto tra diritti e doveri. Nei trasporti, ad esempio, non devo trovare la persona gentile che mi aiuta, alzando la carrozzella; la persona gentile sarà sicuramente più gradevole che una scorbutica; ma in realtà quello che vorrei trovare è una struttura organizzata bene. I ruoli e i compiti funzionano se l'alfabetizzazione istituzionale comincia da noi.

Dando una rapida occhiata alla storia del nostro Paese dal dopoguerra, quali sono state le tappe principali nel passaggio dall'esclusione all'inclusione delle persone disabili?
Ritengo che l'elemento del contesto territoriale è stato fondamentale perché ha offerto e offre delle occasioni umane, occasioni reali e consistenti. Qui esiste infatti la possibilità di trovare solidarietà, di capire che in quel contesto si può costruire un progetto di vita. La scansione principale è stata dunque la possibilità di vivere nei contesti reali e non in istituzioni totali. Questo è accaduto con la critica attiva e concreta alle strutture chiuse e a quelle separate, strutture che vantavano il pretesto della presunta speciale competenza psico-medica.

Quali sono le condizioni perché il cammino dell'inclusione prosegua in futuro?
Si tratta di un insieme di diversi elementi. A mio giudizio, i principali sono quattro. Primo, l'attenzione al genere: la necessità di capire che ci sono due sessi e due generi, che non c'è la neutralità, che c'è l'esigenza di aiutare le persone tenendo conto di questi aspetti. Secondo, la cittadinanza attiva planetaria: contiene, ad esempio, la capacità di collegare gli ausili sofisticati e le tecnologie avanzate agli ausili empirici prodotti in casa o in un villaggio africano. Vi sono molte cose interessanti che possono veramente permetterci di costruire competenze, accrescendole e non prendendole sempre dall'alto, col rischio di diventare "consumisti", più che consumatori, di competenze. Terzo, avere dei progetti di vita che siano accompagnati, non vissuti in solitudine. Questi progetti hanno però bisogno di quattro elementi di sostenibilità. La sostenibilità sociale, cioè il contorno sociale; le reti sociali, che a volte sono a nostro vantaggio, ma altre volte contengono elementi di pregiudizio diffusi ad esempio dalle televisioni, che possono spingere e spingono al protagonismo e al vittimismo. In questo campo, a volte i comportamenti sono più solidali nei fatti che non nel modo di esprimersi. Il progetto di vita richiede inoltre la sostenibilità ambientale: bisogna tener conto dell'ambiente, anche nel senso della sua struttura fisica. C'è poi naturalmente una sostenibilità economica, che va rapportata non a qualche anno - il finanziamento eccezionale - ma, appunto, al progetto di vita. Infine, indicherei una sostenibilità istituzionale, che vuol dire cominciare a capire la questione dell'alfabetizzazione di cui parlavo prima. Si tratta cioè di chiedersi: qual è l'istituzione che ha dei compiti precisi in materia? Il benessere è sociale, o non è benessere: se non è sociale, infatti, diventa immediatamente avvelenato dalla necessità di difenderlo, di aggredire, di costruire barriere, e così via. Il collega e amico Marco Ingrosso ha lavorato molto su questo, con uno studio denso e utilissimo, dove evidenzia che le soluzioni devono essere strutturali: bisogna pensarle non per l'eccezione ma per una certa stabilità.

E il quarto elemento?
La valorizzazione dei ruoli sociali: questo aspetto fa parte della necessità di pensare a un percorso. Siamo abituati molto male in proposito, perché la valorizzazione arriva solo per chi raggiunge il traguardo. Dobbiamo invece capire che la vera valorizzazione sta nel percorso in sé.

A HANDImatica, quali esperienze troveremo e in che settori, dalla scuola alla terza età?
L'accompagnamento nel progetto di vita di una persona disabile comporta alcune riflessioni operative. Per collocarle in rapporto ad alcune conquiste, che sono sempre messe in discussione, vorremmo utilizzare l'espressione cittadinanza attiva. Senza farsi illusioni. Non è un percorso facile. Non lo è per chi ha tutte le sue qualità funzionali, e tanto più per chi ha delle difficoltà collegate ad alcune limitazioni, ovvero è persona con disabilità. La cittadinanza attiva incontra ostacoli, oscurità nell'interpretazione delle regole della società, diritti affermati sulla carta ma poco realizzati nella quotidianità, pregiudizi non solo di singoli ma ampiamente presenti nella nostra storia, difficoltà a collegare il proprio progetto (e quindi a vivere una prospettiva) a delle realtà che quotidianamente si presentano lontane dalla visione che vorremmo intravedere anche nella vita di tutti i giorni. E c'è il problema del lavoro. Una persona disabile potrebbe avere realizzato un percorso scolastico nella prospettiva inclusiva e quando ha concluso questo stesso percorso potrebbe incontrare una difficoltà che non aveva previsto. Il lavoro non è un'automatica conseguenza della fine del percorso scolastico. Solitamente si dice che un individuo cerca lavoro e in quel "cerca" vi sono fin troppe variabili. Una persona disabile ha probabilmente avuto un percorso incentrato su di sé e non ha potuto esplorare la realtà attraverso le esperienze degli altri. C'è ancora una percezione di differenza che non permette, o rende più difficile, capire quello che potrà accadere osservando ciò che succede agli altri. Il soggetto disabile potrebbe ritenere che la sua condizione sia in qualche modo diversa dagli altri e che quella ricerca del lavoro che compiono i coetanei, o coloro che hanno pochi anni di più, non sia affar suo. Potrebbe ritenere che ci siano delle condizioni per cui un ufficio o un'agenzia si occupa di trovare lavoro proprio per lui, o per lei, ritenendolo quasi un diritto. Può passare da una posizione aprioristicamente rinunciataria, basata sulla convinzione che non sia possibile lavorare, a una caratterizzata dalla convinzione che sia un diritto immediatamente esigibile, quale che sia il proprio livello di preparazione in corrispondenza con le richieste del lavoro. 

Come facilitare allora l'ingresso nel mondo del lavoro?
Abbiamo sempre ipotizzato che l'applicazione della legge 68/99 sia percorribile se vi è un impegno di costruzione del percorso, attraverso stage durante la formazione, borse lavoro finito il percorso formativo e possibilità di lavori a termine, seguite da un vero e proprio collocamento in prova. Questo percorso, che dà la possibilità di individuare la capacità recettiva di un'azienda che valorizza le potenzialità di un soggetto, è certamente diverso da una collocazione di tipo numerico, in una lista, abbinato a un posto di lavoro che fa parte di un'altra lista. E' però un percorso complesso, non sempre facile, che esige da parte del soggetto una buona sopportazione delle prove.

A HANDImatica si parlerà di robotica, ausili, opportunità di accesso alle risorse digitali: in che modo queste tecnologie si inseriscono nel tema dell'esperienza?
Gli ausili e le tecnologie hanno un ruolo sempre più rilevante nel percorso di autonomia e di integrazione sociale della persona disabile: sono strumenti che attengono non solo a una risposta di tipo sanitario e riabilitativo, ma, come ho detto, al progetto di vita della persona. Gli ausili devono perciò essere correttamente inseriti all'interno di un percorso condiviso dalla persona disabile, dalla sua famiglia, dagli amici e da tutti i servizi che si prendono cura di lui. Questo aspetto è decisivo e rappresenta anche l'aspetto culturale e metodologico più rilevante. Gli elementi che mi interessano, sui cui punto gli occhi con attenzione, riguardano le cure ricorsive, cioè quelle attività che si ripetono tutti i giorni della nostra vita e su cui cominciamo anche da piccoli ad avere delle procedure. Avere delle procedure è fondamentale per l'apprendimento. E' importante per la conoscenza, perché consente di organizzare gli elementi, oltretutto non su schemi imposti, ma su qualcosa di vivo e partecipato. E in questo entra il termine controllo: io riesco a controllare, ad avere un autocontrollo delle mie energie, delle mie capacità, perché riesco a calibrare, per esempio, le energie in funzione di un obiettivo. In tutto questo, la robotica trova un suo compito importante. Le strategie di apprendimento sono un altro elemento di grande importanza perché contengono una qualità che è la pluralità. La pluralità delle strategie di apprendimento significa che non esiste "la strategia", ma esistono diverse strategie connesse ai mediatori: alcuni favoriscono e altri ostacolano; non si tratta solo dell'apprendimento formale e scolastico ma c'è un apprendimento che dura tutta la vita. Non ci sono infatti solo contenitori dell'apprendimento formalizzati - la scuola, l'università, un corso professionale - ma anche situazioni di apprendimento che possono coincidere con ambiti diversi, come i trasporti, un caffè, una pizzeria o un luogo di svago. Anche di questi ambienti e situazioni va tenuto conto.

Intervista tratta da ASPHInforma, numero 3 - 2008.

 

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